La samaritana

25 06 2008

Siccome non c’era Gepo, non abbiamo visto Planet Terror, e abbiamo ripiegato su questo film culturale. Permaneva lo stato di vigilanza sull’uso di parole turpi e volgari.

Il regista, già autore di Ferro 3 e Primavera, estate, autunno, inverno… e primavera, ci regala un film un pò diverso, sul mestiere più antico del mondo. Sempre bella la fotografia, ma con meno campi lunghi, i dialoghi rarefatti ma non quanto negli altri film e il senso del tempo meno presente. Sembra che il regista ci volesse far vivere la storia da vari punti di vista: quella di geiuan (come si scrive?), quella dell’amica, e quella del padre dell’amica, seguendoli in modo focale nelle varie porzioni del film. Purtroppo devo dire che stavolta il “non detto” è stato un pò eccessivo, forse a causa di una sceneggiatura un pò fragile. La scena finale è significativa del film, quando il padre dice: adesso vai da sola, io non ti seguirò più. La morale è: chi va con lo zoppo impara a zoppicare, chi va con la puttana…

Dovendo riassumere la trama senza il parental control, avrei scritto così:

La storia di due ragazze che decidono di entrare nel business della prostituzione: una batte, l’altra gestisce. Quando la mignotta si suicida senza motivo, l’amica entra nel giro con la giustificazione di dover restituire i soldi a tutti i clienti ma finisce con il prenderci gusto. Quando il padre di quest’ultima sgama che ha una figlia puttana, non la prende sportivamente e comincia a seguirla e a pestare i clienti. Finirà cercando di sperderla su un monte.

Ottimi i cioccolatini. Teo malvagio a tratti. Aria condizionata fondamentale.

Prossimi film: Planet terror e American splendor (a casa mia).

saluti

il direttore





Juno

17 06 2008

Avevo promesso di scrivere il mio post sul blog solo dopo Serena, ma visto che non posso sottostare ai tempi di un ingegnere così impegnato, ho deciso di dedicare al blog i 5 minuti di pausa che in genere concedo al cesso.

Juno: non c’è che dire tutte le persone che ne parlavano bene hanno avuto ragione. Un argomento tosto da trattare, evidentemente il fenomeno è molto più frequente di quello che pensavo, soprattuto in america dove è possibile “regalare” il prorpio fagiolo a chiunque sia interessato sottoscrivendo un semplice contratto, forse questo è l’aspetto piu crudo e duro della realtà.

La figura di Juno è emblematica della forza femminile nell’attraversare i veri problemi, quelli che spezzano le gambe, fanno cadere le braccia, sembrano non lasciare via d’uscita.

Tutto questo mi fa venire in mente un racconto molto bello che a scritto un autore a me molto caro….se avete 1 minuto leggetelo ne vale la pena!

Un racconto d’autunno di Luigi Fattore

Ho solo tre mesi da vivere.
Me lo ripeto tra me e me e l’unica cosa che mi viene in mente è che la parola mese viene da una radice sanscrita, mas, che vuol dire luna, perché prima il tempo si misurava guardando il buio, non il giorno.
Non sono pazzo. Potrete dirmi che sono malato, ma non pazzo. Se penso al sanscrito anziché disperarmi, è perché mia madre mi ha trasmesso la passione per le etimologie. Lei, mia madre, che prima di dormire non legge romanzi, non guarda tv, preferisce sfogliare il dizionario etimologico e scavare dentro qualche parola che nel corso del giorno gli altri hanno usato superficialmente.
Siamo alla fine di settembre e vivrò tre mesi. Questo vuol dire molte cose. Vuol dire che non vedrò l’inverno, e che posso dimenticarmi la primavera e l’estate. Dovrò accontentarmi di un autunno, quella che per molti è la più triste e malinconica tra le stagioni. Chissà, qualcuno penserà che sono due volte sfortunato. Non bastava morire, dovevo andarmene con gli occhi pieni di morte. Morte della natura, ovvio. Io invece non lo so, non lo se sarebbe meglio andarsene con gli occhi pieni di vita.
Passano i giorni, e sempre più mi innamoro di questa stagione. Adoro ad esempio questo crepitare di foglie, mentre ci si cammina sopra come fosse un tappeto lussuoso per gente comune. Crepitare, una parola che ha la stessa radice di crepare. Un’onomatopea, perché crrrrrrrr è il rumore delle cose quando si lacerano, si crepano. A un certo punto, anche dentro di me qualcosa deve essersi spezzato. Silenziosamente però, perché io non ho sentito nessun crrrrrrrr.
Mi innamoro della parola stessa autunno, che non ha un’etimologia certa. Quella che preferisco è autere, che vuol dire rinfrescare. Perché dopo il caldo estivo, l’autunno rinfresca. Questa è l’interpretazione più facile, ma in questi giorni non riesco a non pensare al fatto che in autunno tutto il mondo si rinfresca. Anche gli alberi si rinfrescano, facendo cadere le foglie morte e preparandosi ad accogliere le nuove. Bisogna far posto a ciò che verrà, a ciò che funziona meglio. Non è facile da accettare, ma è così, e la natura è la cosa meno politicamente corretta che esista.
Stanno passando i giorni, le settimane, l’autunno. Sto imparando tantissime etimologie su questa stagione. E qualcun’altra che invece non c’entra nulla, ma che mi piace molto. Oggi ad esempio ho scoperto che ombelico viene da una radice indoeuropea umb, e che in sanscrito si dice nabhis, una parola che vuol dire anche mozzo di ruota. Una sporgenza circolare che dovrebbe rendere stabile il cammino. E che nabhis ha la stessa radice di nabhate, che significa crepare, perché il ventre della donna si gonfia, si lacera. Me l’ha detto mia madre, qualche giorno fa.
Non è l’unica cosa che mi ha spiegato. Anzi, si può dire che tutto quello che so lo devo a lei. E mi dispiace che oggi sia così triste, a causa mia, per di più. Novembre ormai è quasi andato, e io per la prima volta ho sentito freddo. L’ho sentito quando hanno detto a mia madre che suo figlio mostra qualche anomalia, ma che se vuole è ancora in tempo per decidere. Il suo cuore ha accelerato, ha sbandato, inchiodato, il suo sangue è diventato freddo, e io con lui. Deve decidere in fretta e lo sento che è nervosa. Hanno scoperto il mio crrrrrrrr grazie a dei macchinari ipermoderni. “Grazie a”. Preferisco dire “con”
Povera mia madre, deve decidere. Decidere viene da de – cidere, che vuol dire tagliare via. C’è nebbia, sia fuori che dentro di lei. Si gira e rigira nel letto, mentre io cerco di stare fermo per non darle altri fastidi. Non parla con nessuno, forse ha paura che da qui dentro io la possa sentire. Ma tanto io non ho bisogno di rumori. Se solo sapesse questo, che io non origlio, ma assorbo… che io non parlo, ma capisco… se solo sapesse quanto ho amato questo mio autunno che sta per finire… non farebbe quello che sta facendo.
Perché adesso ha deciso, lo so. Accende la luce della camera e prende il dizionario. Lo apre alle primissime pagine, e leggiamo insieme. Abortire viene da ab-oriri e vuol dire “allontanarsi dal nascere”. Anche se io preferisco “nascere prima del tempo”.





Gomorra & Il Divo

4 06 2008

Per questa sessione il nostro cineforum si è decisamente impegnato, con ben due sessioni fuori casa.

Abbiamo infatti deciso di andare a vedere i due film premiati a Cannes, opere molto diverse per il soggetto ma molto simili nella sostanza, entrambi tracciano un’idea dell’Italia e della malavita italiana. Gomorra descrive un fenomeno che ha le sue radici in campania ma che in realtà ha ramificazioni in tutta europa. Garrone è riuscito nel difficile compito di trasportare sullo schermo un libro di denuncia dalla narrazione mai banale e scontata. Il regista tocca le varie sfaccettature della camorra napoletana, i principali traffici e le conseguenze di questi su una società come quella di Scampia totalmente abbandonata dallo stato, trasformando un quartiere di napoli in un feudo in mano alla camorra.

Il film mi ha suscitato un grandissimo senso di impotenza e di rassegnazione, mentre quando lessi il libro sentii solo una fortissima rabbia e forse non volevo accettare la realtà dei fatti ma vedere quei luoghi, sentire quel dialetto ma soprattutto i volti di quei ragazzi, una familiarità disarmante. Mi ha letteralmente ammutolito.

Per quanto riguarda Il Divo non c’è che dire, penso sia uno di migliori film italiani in tema politco degli ultimi tempi, il film narra con efficienza ed efficacia il periodo dell’ultimo governo Andreotti, con un Servillo monumentale e con un Buccirosso stupendo nei panni di Cirino Pomicino.

“L’Andreotti di Sorrentino è un uomo che ha consacrato tutto se stesso al Potere. Un politico che ha saputo vincere anche quando perdeva. Un essere umano profondamente solo che ha trovato nella moglie l’unica persona che ha creduto di poterlo conoscere. La sequenza in cui i due siedono mano nella mano davanti al televisore in cui Renato Zero canta “I migliori anni della nostra vita” è semplicemente unica.”

Sicuramente questi due film non tracciano una bella linea del nostro paese, della nostra classe politica, ma ci fanno capire per l’ennesima volta in che razza di paese viviamo, magari se fosse uscito un pò prima ne sarebbero stati tratti degli spunti e delle analogie interessanti, ma ovviamente non è stato possibile.